Identità cancellate, idintità rifiutate sottrazione
di sè; motiplicazione, frammentazione e definitiva scomparsa del proprio
io. L'uomo di "Uno, nessuno, centomila", uno dei più attuali
romanzi di Pirandello, è condannato a vivere le infinite personalità
attribuitegli dagli altri, in una lucida follia, tumultuosa e straripante,
in cui si consuma l'eterno dramma dell'apparire.In questo traguardo di millennio,
individualista e gelido, ormai lontane le comuni e le adunate hippies, si
ergono nuovi templi di idifferenza e solitudine in cui, smarrita l'ultima
consapevolezza collettiva è rimasto soltanto l'anelito ad uscire fuori
di sè, recitando una parte diversa da quella attribuitaci dalla vita,
nascondendo il nostro essere per un più competitivo divenire. "L'essere
è cio' che è, il Non Essere è cio' che non è",
ammoniva con apparente semplicità Parmenide. Ma come conciliare l'unicità
dell'Essere con la molteplicità cangiante che ci offre l'esperienza?
E' la ragione, sostiene Parmenide, a lacerare il velo illusorio e a immergerci
nella reatlà. "Uomo non usare l'occhio che non vede e l'udito
che rimbomba di suoni illusori ma giudica con raziocinio." Ma nel mondo
dell'apparire albergano sogni, desideri, e speranze, proiezioni affascinanti
anche se talvolta ingannevoli, è il mondo dell'aspirazione e dell'idea
che ogni uomo custodisce gelosamente in sè. Ma nel momento incui la
finzione diviene realità interattiva e quasi tangibile, come distinguere
l'Essere dall'Apparire, il Reale dal Virtuale? Sono un pericolo per "l'Essere
dell'uomo" quelle forme di quasi-vita prodotte e proiettate da asettiche
menti al silicone e nelle quali l'uomo si immerge perdendo la dimensione del
reale? Attraverso l'immersione sensoriale nella realtà virtuale l'uomo
che vi naviga dentro può provare il piacere di un giro di Valzer con
la donna dei suoi sogni, il brivido di una corsa ad alta velocità,
lo stupore di un viaggio extra-temporale nella Roma dei Cesari. Realtà
virtuale come potenziamento dell'Essere o come utopistica fuga dall'Essere?
A tal riguardo è interessante un recente saggio "Reale e Virtuale"
di Tomas Maldonado, ordinario di progettazione ambientale, nel quale l'autore
si pone un quesito apprentemente paradossale: "La Guerra del Golfo c'è
stata veramente?" Tale domanda acquista senso considerando come la guerra
è stata condotta da parte americana: il conflitto si materializzava
sugli schermi dei computer come una sorta di war-game in cui si impartiscono
ordini ai propri strumenti bellici,in modo automatico, senza apprente spargimento
di sangue. Due realtà si saldavano su "indifferenti piazze elettroniche":
quella virtuale di un war-game,quella reale di orrore e morte. "Il diffuso
ricorso alle tecnologie informatiche di simulazione-scrive Maldonado rende
irriconoscibile il reale dal virtuale". Esiste il latente pericolo di
smarrirsi in un eccesso di astrazione. Malgrado tutto cio' forse la soluzione
risiede nel "reale" dell'essere umano. Dalla guerriglia irlandese
all'Intifada , dai fondamentalismi grondanti intolleranza alla xenofobia un
imperativo categorico deve emergere e imporsi:"l'uomo non è mai
un fine ma un mezzo" verso il quale devono essere volte anche le nuove
tecnologie che in fondo non sono altro se non l'espressione dell'inconfondibile
genio umano. Non dimentichiamo che la simulazione elettronica non è
soltanto possibile smarrimento dell'Essere ma può divenire ed in molti
casi già è valido supporto nell'attività medico-chiurgica
(simulazione di interventi a scopo didattico), nell'apprendimento delle tecniche
di volo per i piloti principianti,ecc...
Socializzazione, umanizzazione, dimenzione etica delle nuove technologie :è
questa la grande sfida che dobbiamo raccogliere, dare"un'anima"
alle nuove technologie che devono essere orientate alla valorizzazione del
soggetto persona-umana senza quindi assolutizzare l'imperativo tecnologico
a scapito di un'irrinunciabile consapevolezza dell'Essere.
Nadia Garrapa
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